{"id":1453,"date":"2019-07-28T16:18:48","date_gmt":"2019-07-28T14:18:48","guid":{"rendered":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/?p=1453"},"modified":"2019-10-05T19:38:17","modified_gmt":"2019-10-05T17:38:17","slug":"introduzione-critical-autism-studies","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/?p=1453","title":{"rendered":"Introduzione Critical Autism Studies"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:26px;text-align:center\"><strong>Da disturbo cerebrale a differenza neurologica. Una mappatura delle economie politiche della speranza nelle comunit\u00e0 autistiche<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px;text-align:center\">Commento di <strong>Enrico Valtellina<\/strong> all\u2019articolo di M.Orsini e F. Ortega pubblicato in Roberto Medeghini (2015) (a cura di), <em>Norma e normalit\u00e0 neii Disability Studies. Riflessioni e analisi critica per ripensare la disabilit\u00e0. Erickson, Trento<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nessuna condizione ha ricevuto tanta attenzione mediatica negli ultimi due decenni quanto l\u2019autismo. nozione invero problematica: non \u00e8 un\u2019entit\u00e0 clinica, non ha un\u2019eziologia, un decorso prevedibile comune, una cura. In effetti \u00e8 il modo in cui il sapere medico ha nominato qualcosa di assolutamente generico e sfuggente, il vincolo nell\u2019interazione in presenza, la ritrazione dal mondo. La sua storia \u00e8 nota: il termine venne introdotto da Bleuler nel suo testo famoso sul gruppo delle schizofrenie nel 1911. Era un adattamento del termine <em>autoerotismo,<\/em>che Sigmund Freud aveva ripreso da Havelock Ellis, da sintomo negativo della schizofrenia negli anni Quaranta del secolo scorso divenne patologia a s\u00e9, a seguito delle osservazioni di Leo Kanner e Hans Asperger, ma solo negli ultimi decenni l\u2019autismo, da patologia rara, si \u00e8 progressivamente affermato come cardine della categoria del DSM (il famigerato <em>Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali <\/em>edito dall\u2019associazione degli psichiatri americani) dei disturbi generalizzati dello sviluppo. Progressivamente ma implacabilmente lo <em>spettro <\/em>autistico ha finito per inglobare ogni forma di non conformit\u00e0 alle attese dell\u2019altro nell\u2019interazione in presenza, ma anche altre forme di mancanza, la fascia bassa dello spettro ha sussunto il ritardo cognitivo, la fascia alta (fino al maggio 2013 denominata sindrome di asperger, categoria espunta dalla quinta edizione del DSM) l\u2019instabilit\u00e0 emotiva, la sociopatia, le condizioni borderline e ogni forma di peculiarit\u00e0 cognitiva o esistentiva per cui non \u00e8 possibile una diagnosi differenziale. Questo fenomeno ha portato alcuni a parlare di un\u2019epidemia di autismo, in ragione della proliferazione esponenziale della diagnosi, invero si tratta di un\u2019epidemia culturale. si assiste a un\u2019insistenza straordinaria nel discorso pubblico contemporaneo dell\u2019autismo, che prende la forma di contrapposizioni interne alla sua lettura secondo le coordinate del modello medico tra eziologie (vincolo nello sviluppo, genetica, epigenetica, fattori ambientali, psicogenesi), metodiche di intervento e pratiche educative (terapie cogni- tivo comportamentali, differenziate e per lo pi\u00f9 contrapposte tra loro, ABA, TEACCH, Floor time, ma unite nella opposizione alle proposte psicoanalitiche-psicodinamiche), rimedi (psicofarmacologia, chelazione, diete, onoterapia e cos\u00ec via: un florido mercato). C\u2019\u00e8 poi una forma allargata dell\u2019esposizione culturale dell\u2019autismo, l\u2019associazionismo di persone con autismo e genitori, la produzione editoriale a tema (esistono editori specializzati come Jessica Kingsley Publications, con un catalogo di centinaia di vo lumi sul tema, dalla manualistica per l\u2019auto-aiuto alle testimonianze, dalle pratiche di cura ad aspetti settoriali delle problematiche talvolta manifestate da chi soffre del disturbo, quali ad esempio bullismo sub\u00ecto, <em>meltdown,<\/em>problemi legati alla socialit\u00e0, all\u2019affettivit\u00e0, alla sessualit\u00e0 e cos\u00ec via), l\u2019infinita produzione di film con eroi autistici (quasi un genere a s\u00e9).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come dire, l\u2019autismo \u00e8 pi\u00f9 che una diagnosi, \u00e8 un fenomeno culturale straordinaria- mente complesso e articolato, e a fronte di tale articolazione e complessit\u00e0 le scienze sociali hanno messo in atto i propri strumenti per analizzarne le valenze e i significati in quanto oggetto culturale. Questo \u00e8 l\u2019orizzonte di senso che vengo a proporre, quell\u2019ambito settoriale dei Disability Studies che ha focalizzato la propria attenzione, in prospettiva sincronica e storica, sull\u2019oggetto autismo, i <em>Critical Autism Studies<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><strong>i critical autism studies <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La definizione <em>Critical Autism Studies <\/em>\u00e8 stata proposta, in un ottimo volume recentemente curato da Joyce Davidson e Michael Orsini (2013, p. 12), per indicare lo studio culturale delle disabilit\u00e0 relazionali, lo specifico ambito dei Disability Studies che pone al centro della propria attenzione l\u2019autismo. Tre sono le sue caratteristiche individuate dagli autori: <\/p>\n\n\n\n<ol class=\"wp-block-list\"><li>attenzione ai modi in cui le relazioni di potere danno forma al campo dell\u2019autismo; <\/li><li>impegno a proporre nuove narrative dell\u2019autismo in grado di sfidare le prospettive dominanti (centrate sul deficit e degradanti) che influenzano l\u2019opinione pubblica, gli interventi pubblici e la cultura popolare; <\/li><li>elaborazione di nuove prospettive analitiche ricorrendo ad approcci metodologici <\/li><\/ol>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">e teoretici inclusivi e non riduttivi per studiare la natura e la cultura dell\u2019autismo. La ricerca interdisciplinare necessaria (in particolare alle scienze umane e sociali) richiede sensibilit\u00e0 alla complessit\u00e0 caleidoscopica di questo (dis)ordine relazionale altamente individualizzato. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per la tematizzazione di alcune questioni cardine sull\u2019autismo, si proporranno alcuni autori e testi particolarmente interessanti riconducibili alla prospettiva di ricerca dei <em>Critical Autism Studies<\/em>. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>La teoria della mente <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ian Hacking \u00e8 l\u2019autore di testi assolutamente straordinari sulla storia della psichiatria, in particolare su ci\u00f2 che chiama <em>transient mental illnesses<\/em>, condizioni che si sono date in un lasso temporale determinato come patologie individuate e poi sono scomparse. <em>Rewriting the soul <\/em>(1995) tratta la storia delle personalit\u00e0 multiple, <em>Mad travellers <\/em>(1998) dei viaggiatori folli di fine ottocento, opere che evidenziano il legame tra le patologie e il tempo in cui si sono manifestate. Fisico di formazione, quindi epistemologo analitico, Hacking ha trovato nel lavoro di Michel Foucault il materiale per sviluppare un percorso assolutamente originale e profondo nelle scienze umane, che egli, riprendendo una definizione foucaultiana, individua come <em>ontologia storica. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un tema interessante della ricerca di Ian Hacking sull\u2019autismo \u00e8 la messa in questione del paradigma interpretativo pi\u00f9 fortunato, e pertanto abusato, della psicologia cognitivista, quello della teoria della mente, tanto frequentato da essere solitamente riportato come sigla: ToM, <em>Theory of Mind<\/em>. Alla nozione di \u00abteoria della mente\u00bb, secondo la quale un modulo mentale ci permette di comprendere gli stati mentali altrui e tale modulo sarebbe difettato negli autistici, Hacking contrappone il modello vygotskiano dell\u2019apprendimento, che si manifesta nel processo ontogenetico, nell\u2019introiezione e assimilazione delle forme della relazione con i genitori e, progressivamente, con cerchie sociali pi\u00f9 ampie. La capacit\u00e0 di relazione, anzich\u00e9 darsi come modulo formato, \u00e8 la conseguenza di un processo dialettico tra linguaggio interno ed esterno. Il riferimento ulteriore di Hacking \u00e8 la <em>Gestalt psychologie <\/em>di Wolfgang K\u00f6hler (1947, pp. 216 e ss.), in cui l\u2019autore si pone la questione di come sia possibile che le persone capiscano da gesti e sguardi gli stati mentali degli altri, spiegandolo nei termini di assimilazione di un\u2019associazione tra il gesto e l\u2019intenzione. Anche in questo caso \u00e8 un evento proces- suale, non un modulo mentale. a questi si potrebbe aggiungere l\u2019Husserl delle <em>Ideen<\/em>, per cui l\u2019<em>Einf\u00fchlung<\/em>, tradotto con <em>entropatia<\/em>, la comprensione degli stati intenzionali altrui, \u00e8 sempre presuntiva. Questo non significa che non si verifichi nell\u2019interazione con persone con autismo qualcosa come ci\u00f2 che i cognitivisti chiamano assenza di una teoria della mente, ma non si tratta di una condizione deficitaria, bens\u00ec dell\u2019effetto di un\u2019ontogenesi peculiare, condizionata da dinamiche attenzionali specifiche. Le specificit\u00e0 evolutive delle persone con autismo le portano a mancare il minimo comune denominatore dell\u2019interazione in presenza, ma se pu\u00f2 essere vero affermare che mancano di una teoria della mente comune, \u00e8 altrettanto vero che il resto dell\u2019umanit\u00e0 manca di una teoria della mente autistica. In questo senso, paiono a Hacking assolutamente fondamentali le autobiografie e il resto della produzione culturaleche esplicitano le coordinate delle peculiarit\u00e0 delle menti autistiche, complicando le semplificazioni delle interpretazioni generalizzanti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>L\u2019epidemia di autismo <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un contributo interessante che vado ad analizzare \u00e8 una delle opere pi\u00f9 interessanti in assoluto sul tema dell\u2019autismo; il suo titolo viene da un poema di e.e. Cummings: <em>Unstrange minds<\/em>, di Roy Grinker. <em>Unstrange <\/em>vuole fare segno all\u2019orizzonte di comprensibilit\u00e0 possibile, eventuale, dell\u2019autismo; cos\u00ec Grinker (2007, p. 260) spiega il titolo sul sito dedicato al libro: \u00abPer me significa due cose. In primo luogo pu\u00f2 denotare ci\u00f2 che spesso chiamiamo \u201cnormale\u201d, ma dalla prospettiva del differente. \u00c8 interessante rovesciare il modo in cui pensiamo all\u2019\u201danormale\u201d chiamando il \u201cnormale\u201d <em>unstrange<\/em>. In secondo luogo pu\u00f2 denotare il passaggio delle persone, come quelle con autismo, dall\u2019essere \u201canormali\u201d all\u2019essere familiari e comprensibili, piuttosto che un mistero. Mi piace pensare che sia quello che sta avvenendo alle persone con autismo. Quanto pi\u00f9 la popolazione impara a comprendere e apprezzare le persone con autismo, l\u2019autistico smette di apparire strano o estraneo. Piuttosto, diventa <em>unstrange\u00bb. <\/em>Attraverso diverse argomentazioni, Grinker si propone di scardinare il discorso sull\u2019<em>epidemia <\/em>di autismo che, come detto pi\u00f9 volte, alcuni autori sostengono, in ragione della proliferazione delle diagnosi. Grinker giustifica la proliferazione della casistica dell\u2019autismo con sette argomentazioni. In primo luogo \u00e8 cresciuta la capacit\u00e0 dei professionisti di cogliere lo specifico della condizione; inoltre (secondo punto), e come conseguenza di ci\u00f2, i bambini vengono diagnosticati molto prima che in passato. Terzo punto, la separazione progressiva della diagnosi di autismo da quella di schizofrenia ha ridotto i casi individuati come psicosi infantile. Quarto, il passaggio alla nozione di <em>spettro <\/em>ha enormemente allargato le possibilit\u00e0 di individuare le persone come autistiche: il mutamento del concetto di autismo ha portato all\u2019ampliarsi della categoria, i criteri individuati da Kanner e Asperger erano decisamente pi\u00f9 ristretti di quelli attuali riportati dal DSM. Il quinto punto \u00e8 la risignificazione di ci\u00f2 che veniva individuato come ritardo mentale, rimpiazzato dalla diagnosi meno stigmatizzante di autismo. Il sesto punto individuato da Grinker fa riferimento invece ai mutamenti dell\u2019analisi epidemiologica: \u00abI nuovi studi sono stati in grado di trovare pi\u00f9 casi perch\u00e9 i ricercatori hanno usato metodi diversi, pi\u00f9 approfonditi e pi\u00f9 sensibili: intensivi, multipli, processi di screening ripetuti in cliniche, scuole, centri di cura sul territorio, e cos\u00ec via\u00bb; infine, settima ragione della proliferazione esponenziale, simil-epidemica delle diagnosi, \u00e8 che, a differenza di quanto consueto ai tempi di Kanner, vengono individuate come autismo patologie genetiche o evolutive con un\u2019eziologia specifica (X fragile, PKU, tetraparesi spastica): la dominante interpretativa, che determina il nome della condizione, \u00e8 quella relazionale, e ci\u00f2 \u00e8 da mettere in conto all\u2019impostazione del DSM, focalizzata sulla descrizione di sintomi e non sulle cause. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>Deistituzionalizzazione e autismo <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019evento della deistituzionalizzazione ha riportato al centro della scena i genitori, che si sono trovati a gestire in prima persona le problematiche dei figli e che, in seguito alla creazione di associazioni, si sono costituiti come soggetto politico per la rivendicazione dell\u2019attenzione alla questione autismo, promuovendo alcune metodologie di intervento (in particolare di impostazione comportamentista) e la ricerca scientifica (genetica, neurologica). <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La deistituzionalizzazione del ritardo mentale, come proposto dal sociologo Gil Eyal e dai suoi collaboratori della Columbia University, \u00e8 stato un evento culturale specifico, verificatosi a partire dagli anni sessanta del secolo scorso. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>&#8221; La deistituzionalizzazione del ritardo mentale fu un mutamento importante, non solo in termini materiali \u2014 grandi istituzioni svuotate, alcune rase al suolo, altre convertite ad altra destinazione di servizio \u2014 ma anche in termini simbolici. La deistituzionalizzazione ha agito come una specie di \u00abfrullatore morale\u00bb in cui sono scomparse le vecchie categorie che riflettevano i bisogni delle istituzioni di custodia (moron, imbecille, idiota, feebleminded, deficiente mentale, ritardato men- tale \u2014 di volta in volta considerato educabile o addestrabile, o no \u2014 emotivamente disturbato, psicotico, bambino schizofrenico e cos\u00ec via). Il frullatore morale della deistituzionalizzazione ha superato tutto ci\u00f2, facendo sorgere la grande massa indifferenziata dei bambini atipici &#8220;. (eyal et al., 2010, p. 3) <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il passaggio dall\u2019istituzione psichiatrica alla societ\u00e0 civile ha innescato la genesi di nuove pratiche di gestione delle problematiche. alla richiesta genitoriale di interventi mirati specifici per <em>guarire <\/em>dall\u2019autismo, sono seguite molte risposte; una \u00e8 il principio di <em>normalizzazione <\/em>promosso da Wolf Wolfensberger,da questi rinominato prontamente, quando cominci\u00f2 a suonare forzato volere imporre una normalizzazione, <em>valorizzazione sociale dei ruoli<\/em>. Alla logica della normalizzazione corrispondono inoltre le metodiche di intervento di matrice comportamentale, dal TEACCH (treatment and education of autistic and Related Communication Handicapped Children), ideato da Erich Schopler nei primi anni settanta, all\u2019ABa (Applied Behavior Analysis) di Ivar Lovaas. Quest\u2019ultima, in particolare, si \u00e8 imposta come \u00abterapia\u00bb d\u2019elezione per l\u2019autismo, rivendicata dai genitori come nessun altro intervento. si tratta della forma della modificazione del comportamento attraverso il condizionamento operante derivata dalle teorie comportamentiste radicali. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><em>La neurodiversit\u00e0 \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019ancoraggio dell\u2019autismo al tempo presente si manifesta anche nella sinergia con altre evenienze specificamente contemporanee: vediamo ora come si \u00e8 articolata la relazione tra centralit\u00e0 del discorso sull\u2019autismo e centralit\u00e0 del cervello come principio esplicativo fondamentale. \u00abNeuro\u00bb \u00e8 il prefisso pi\u00f9 rinomato del nuovo millennio, e una delle ragioni pi\u00f9 eclatanti di tale fortuna \u00e8 stata l\u2019avvento delle tecnologie di <em>neuroimaging: <\/em>la possibilit\u00e0 di visualizzare delle dinamiche nel cervello ha attivato itinerari di ricerca neuroscientifica prima impensabili. Progressivamente si \u00e8 affermata, anche a un livello culturale pi\u00f9 vasto, un\u2019attenzione per il cervello come luogo esplicativo privilegiato. Francisco Ortega ha dedicato ricerche importanti a tale fenomeno, alle sue espressioni su differenti piani culturali, e ha come la dominante interpretativa cerebrale sia diventata l\u2019ancoraggio per delle <em>bioidentit\u00e0<\/em>(Ortega, 2009a). Bioidentit\u00e0 \u00e8 una identit\u00e0 strutturata su caratteri somatici; nello specifico, la bioidentit\u00e0 <em>neuro <\/em>si costituisce come <em>soggetto cerebrale<\/em>. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>&#8220;Il termine \u00absoggetto cerebrale\u00bb compendia adeguatamente la riduzione della persona umana al cervello: l\u2019idea che il cervello sia la parte del corpo che ci \u00e8 necessaria per essere noi stessi, in cui si incontra la realt\u00e0 pi\u00f9 intima dell\u2019essere umano, detto altrimenti, si tratta dell\u2019identit\u00e0 personale intesa come identit\u00e0 cerebrale. Investigare il soggetto cerebrale significa tentare di rispondere alla domanda sul perch\u00e9 l\u2019affermazione \u00abio sono il mio cervello\u00bb \u00e8 diventata autoevidente. Il soggetto cerebrale costituisce una figura antropologica privilegiata nella biosocialit\u00e0&#8221;. (Ortega, 2011, p. 123) <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il <em>soggetto cerebrale<\/em>, esattamente in ragione del suo riduzionismo biologico costitutivo, si presta a essere il cardine di agglutinazioni biosociali (Ortega, 2011, pp. 123-124): <em>brainclubs <\/em>in cui il cervello viene a essere l\u2019omologo del corpo del culturista, con gare di performance mentale, <em>neurocomunit\u00e0<\/em>, e gruppi di auto-aiuto legati a specifiche condizioni come Parkinson, ADHd e autismo. In particolare, la svolta interpretativa fondamentale che ha portato all\u2019individuazione dell\u2019autismo come <em>disturbo generalizzato dello sviluppo<\/em>, realizzata nella terza edizione del DSM (quella che ha segnato il riorientamento del manuale in senso biologista), ha posto le basi per un\u2019interpretazione dell\u2019autismo in termini di differenza cerebrale, <em>different wiring, <\/em>nei termini di Harvey Blume, <em>neurodiversit\u00e0<\/em>, in quelli di Judy Singer e di gran parte dell\u2019attivismo autistico delle ultime decadi. Sul riduzionismo al cervello si erano poste le basi per un piano autoaffermativo a carattere identitario, nello spirito del <em>minority model <\/em>americano. Ortega ne approfondisce i caratteri e coglie la natura paradossale (Ortega, 2014) della pretesa di costituire una comunit\u00e0 su tale riduzionismo al cervello.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>&#8220;Sembra che neurodiversit\u00e0 possa essere sostenuta come valore solo quando si incorpora in una comunit\u00e0, ma la comunit\u00e0 agisce in modi che evidentemente trascendono il funzionamento di cervelli individuali isolati ed eccedono i limiti posti dal concetto stesso di neurodiversit\u00e0. Essere \u00abcritici\u00bb nel campo dei Critical Autism Studies implica essere consapevoli di questo paradosso, dei suoi punti di forza e delle debolezze, ed essere attenti al fatto che le metafore non sono mai innocenti, e le metafore cerebrali ancor meno&#8221;. (Ortega, 2014, p. 89).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La partizione naif <em>aspies<\/em>\/nt, su cui intendeva strutturarsi il discorso identitario, e maneggiata spensieratamente in rete in siti gestiti da aspies con intenzioni emancipative, sembra aver perso molta dell\u2019originalit\u00e0 che le aveva motivato attenzioni al suo esordio, ed \u00e8 mia precisa impressione che l\u2019espunzione della sindrome di asperger dalla quinta edizione del DSM abbia depotenziato per sempre l\u2019ipotesi identitaria. Il termine <em>neurodiversit\u00e0 <\/em>\u00e8 servito come attrattore interno alla retorica emancipativa, come matrice di un piano rivendicativo comune. svincolato dall\u2019affermazione di un determinismo biologico che ne \u00e8 stato a un tempo la condizione di possibilit\u00e0 e il limite macroscopico, in mancanza di alternative, neurodiversit\u00e0 rimane ora come piano generico di affermazione della legittimit\u00e0 di uno spettro di specificit\u00e0 e delle istanze di chi subisce disabilit\u00e0 relazionale. \u00a0Il suo uso corrente si sta spostando dal piano delle politiche identitarie a un pi\u00f9 debole, ma senz\u2019altro pi\u00f9 praticabile e positivo, piano autovalutativo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Brandon Hart, uno dei collaboratori di eyal a <em>The autism matrix <\/em>(eyal, 2010), in un recente lavoro etnografico particolarmente interessante, <em>Autism parents &amp; neu- rodiversity: Radical translation, joint embodiment and the prosthetic environment <\/em>(Hart, 2014), mette in questione l\u2019incompossibilit\u00e0 tra la visione dell\u2019autismo come legittima <em>differenza<\/em>, legata al tema della <em>neurodiversit\u00e0<\/em>, e quella dell\u2019autismo come <em>patologia<\/em>, promossa dalle associazioni di genitori pro-cura, e valuta come nella pratica della relazione educativa genitoriale, pur quando strutturata su metodiche comportamentiste, quindi oggettivanti, venga a innestarsi, con la strutturazione di uno specifico ambiente protesico attento alle specificit\u00e0 individuali, un\u2019attenzione empatica alla <em>differenza <\/em>specifica del figlio (Hart, 2014, p. 291): \u00abquindi, la cosiddetta guerra dell\u2019autismo si dissolve alla luce delle vicende caotiche della realt\u00e0 quotidiana, e sui due fronti cogliamo una certa ambivalenza\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A conclusioni assolutamente simili giunge Ariel Cascio in <em>Neurodiversity: Autism pride among mothers of children with Autism Spectrum Disorders <\/em>(Cascio, 2012), un\u2019ottima ricerca etnografica con genitori di bambini con disturbi dello spettro autistico. Bench\u00e9 questi fossero individuabili nella tipologia dei genitori pro-cura, favorevoli a terapie comportamentali, diete particolari e altre pratiche normalizzanti, manifestavano a un tempo \u00absentimenti in linea con la neurodiversit\u00e0: (a) traducendo il comportamento del loro bambino agli altri; (b) esprimendo idee positive sull\u2019autismo; e (c) contrastando le idee negative sull\u2019autismo\u00bb (Cascio, 2012). <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da qui si pu\u00f2 affermare che, dal suo esordio alla fine degli anni novanta del secolo scorso, la nozione di neurodiversit\u00e0 si sia trasformata da piano identitario affermativo e collettivo, ancorato a un rigido determinismo biologico, a termine molto meno carico ideologicamente, marca condivisa di un atteggiamento positivo verso le problematiche dello spettro autistico. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"font-size:15px\"><strong>Riferimenti bibliografici <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Bleuler e. (1911), <em>Dementia praecox oder gruppe der schizophrenien<\/em>, Leipzig und Wien, Franz deuticke. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Blume H. (2004), <em>Autism &amp; the internet: Or, it\u2019s the wiring, stupid<\/em>, \u00abMIt Communications Forum\u00bb, 22 september, http:\/\/web.mit.edu\/comm-forum\/papers\/blume.html. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cascio M.a. (2012), <em>Neurodiversity: Autism pride among mothers of children with Autism Spectrum Disorders<\/em>, \u00abIntellectual and developmental disabilities\u00bb, vol. 50, n. 3, pp. 273-283. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Davidson J. e orsini M. (2013), <em>Worlds of autism: Across the spectrum of neurological difference<\/em>, Minneapolis, University of Minnesota Press. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eyal G. et al. (2010), <em>The autism matrix<\/em>, Cambridge, Polity Press.<br \/>Grinker R.R. (2007), <em>Unstrange minds: Remapping the world of autism<\/em>, new York, Basic Books. Hacking I. (1995), <em>La riscoperta dell\u2019anima: Personalit\u00e0 multiple e scienze della memoria<\/em>, Milano, Feltrinelli.<br \/>Hacking I. (1998), <em>I viaggiatori folli<\/em>, Roma, Carocci. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">168 Norma e Normalit\u00e0 Nei Disability stuDies <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hacking I. (2000), <em>The social construction of what?, <\/em>Cambridge, London, Harvard University Press. Hacking I. (2009a), <em>Autistic autobiography<\/em>, \u00abPhilosophical transactions of the Royal society \u2013 B\u00bb vol.364, pp. 1467-1473<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hacking I. (2009b), <em>Humans, aliens &amp; autism<\/em>, \u00abdaedalus\u00bb, vol. 138, n. 3, pp. 44-59.<br \/>Hart B. (2014), <em>Autism parents &amp; neurodiversity: Radical translation, joint embodiment and the prothestic environment,<\/em>\u00abBiosocieties\u00bb,vol.9,n.3,pp.284-303<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Husserl e. (2002), <em>Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologic<\/em>a, Torino, <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Einaudi.<br \/>K\u00f6hler W. (1947), <em>Gestalt psychology: An introduction to new concepts in modern psychology<\/em>, <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">NewYork, Liveright <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lovaas o.L. (1987), <em>Behavioral treatment and normal educational and intellectual functioning in <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>young autistic children<\/em>, \u00abJournal of Consulting Clinical and Psychology\u00bb, vol. 55, n. 1, pp. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">3-9, <a href=\"http:\/\/rsaffran.tripod.com\/research1.html\">http:\/\/rsaffran.tripod.com\/research1.html<\/a>. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ortega F. (2009), <em>Defici\u00eancia, autismo e neurodiversidade<\/em>, \u00abCi\u00eancia &amp; sa\u00fade coletiva\u00bb, vol. 14, n. 1. Ortega F. (2011), <em>Il soggetto cerebrale e la sfida della neurodiversit\u00e0<\/em>. In P. Barbetta (a cura di), <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019avventura delle differenze: Sistemi di pensiero e pratiche sociali<\/em>, Napoli, Liguori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ortega F. (2014), <em>Cerebralizing autism within the neurodiversity movement<\/em>. In J. davidson e M. orsini (a cura di), <em>Critical autism studies: Enabling inclusion, defending difference,<\/em>Minneapolis, <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">University of Minnesota Press, pp. 73-96.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Singer J. (2007), <em>Light and dark: Correcting the balance, <\/em>http:\/\/www.neurodiversity.com.au\/. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da disturbo cerebrale a differenza neurologica. 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