{"id":1508,"date":"2019-07-31T14:39:14","date_gmt":"2019-07-31T12:39:14","guid":{"rendered":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/?p=1508"},"modified":"2020-03-05T15:26:41","modified_gmt":"2020-03-05T14:26:41","slug":"inclusione-sociale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/?p=1508","title":{"rendered":"Inclusione Sociale"},"content":{"rendered":"\n<p style=\"font-size:26px\" class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\"><strong>\u201cQuale inclusione? Quali servizi nella prospettiva inclusiva?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:26px\" class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\"><strong>Una lettura attraverso i Disability Studies Italy<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:20px\" class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">( Medeghini R. (2013),&nbsp;<em>Inclusione sociale e disabilit\u00e0 <\/em>in Medeghini R., Vadal\u00e0 G., Fornasa W., Nuzzo A., Trento, Erckson)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u2026 Per rendere pi\u00f9 chiara la complessit\u00e0 dell\u2019inclusione \u00e8 necessario evidenziare le differenze fra&nbsp;l\u2019Inclusione e i paradigmi normativi; approfondire il legame fra processi inclusivi e diritti; interrogarsi sul rapporto fra Inclusione e pratiche governamentali ed evidenziarne la differenza dai processi integrativi.&nbsp;&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>I paradigmi normativi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La disabilit\u00e0 ha una storia comune alle definizioni che si producono in relazione alle sessualit\u00e0, al ge\u00adnere, alla razza: esempi, questi, che individuano le assiologie di un pensiero, proprio della cultura occidentale, che tende a governare le pluralit\u00e0 attraverso un processo di classificazione fondato su opposizioni concettuali. Nel nostro caso \u00e8 la categoria dell\u2019<em>abilismo <\/em>che, ispirandosi ad una norma generale di funzionamento, governa la dicotomia abile\/non abile assieme ai suoi gradienti (pi\u00f9 o meno abile). Il paradigma normativo qui accennato non \u00e8 per\u00f2 neutro, ma assume contorni diversi in virt\u00f9 di sistemi sociali e culturali tanto che le forme di disabilit\u00e0 non sono universalmente condivise: infatti, un deficit fisico produce una categorizzazione di inabilit\u00e0 in un contesto sociale dove \u00e8 preminente la forza fisica, mentre pu\u00f2 non generarlo in contesti dove l\u2019elemento fisico non viene considerato significativo. In questo sfondo, la disabilit\u00e0 diventa <em>relativa<\/em>(in quanto \u00e8 in relazione a qualcosa) e <em>prodotta<\/em>da qualcosa o da qualcuno nel momento in cui la rapportiamo ai macrocontesti sociali e culturali e ai microcontesti del quotidiano. &nbsp;L\u2019idea di disabilit\u00e0 ha quindi una natura essen\u00adzialmente sociale in quanto si definisce rispetto ad una norma, ad un criterio di normalit\u00e0 che \u00e8 anch\u2019esso una nozione culturalmente costruita e fortemente etnocentrica (Fougeyrollas P., 1987)\u2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il paradigma normativo dominante \u00e8 rappresentato dalla prospettiva biomedico-individuale o altrimenti detto modello del deficit in quanto considera quest\u2019ultimo come dato interno alla persona e come fattore causale delle difficolt\u00e0: la disabilit\u00e0 viene qui concettualizzata come elemento individuale basato sul legame causale fra la menomazione e l\u2019essere disabile. La prospettiva abilista, sottesa al paradigma presentato piega il deficit sulle persone e le costringe ad essere prigioniere del non funzionamento: ne consegue una condizione di isolamento in quanto il problema non viene messo in relazione al possibile ruolo causale dei contesti nella costruzione della disabilit\u00e0. Questa sottolineatura, presente nelle riflessioni dei <em>Disability Studies<\/em><a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftn1\"><em><strong>[1]<\/strong><\/em><\/a>e in particolare del modello sociale (Medeghini R., op.cit.), rappresenta lo spartiacque fra un\u2019interpretazione deficitaria della disabilit\u00e0 avanzata dal paradigma biomedico-individuale e l\u2019attribuzione ai contesti sociali di un ruolo disabilitante, cio\u00e8 di una funzione causale nella produzione della disabilit\u00e0 in virt\u00f9 di una struttura ed un\u2019epistemologia sociale abilista\u2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nell\u2019esperienza italiana le leggi 517\/77 e 104\/92 hanno come specifico riferimento l\u2019area della disabilit\u00e0<a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftn2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>e il concetto di \u00abintegrazione\u00bb. Infatti con la 517 si sancisce la possibilit\u00e0 di ingresso nei percorsi normali di istruzione per tutte quelle categorie di alunni che erano collocate in scuole speciali e in classi differenziali; con la 104 si definisce invece il quadro di un\u2019integrazione pi\u00f9 compiuta che, oltre ad individuare gli obiettivi della formazione scolastica prende in considerazione anche le aree dell\u2019inserimento sociale. Questa legge ha avuto diversi riconoscimenti ma, pur mantenendosi come punto di riferimento essenziale per il processo di integrazione, non \u00e8 stata esente da critiche ( Breda &amp; Santenera, 1995) che hanno riguardato soprattutto la sua caratterizzazione assistenziale (gi\u00e0 presente nel titolo), l\u2019assenza di una definizione innovativa dei diritti delle persone con disabilit\u00e0 e di precise indicazioni relative al loro ruolo sociale e istituzionale. Le critiche alla legge, pur positiva, coinvolgono l\u2019epistemologia integrativa che non mette in discussione&nbsp;la categoria dell\u2019abilismo (nella sua dicotomia deficit\/abilit\u00e0), assumendo cos\u00ec &nbsp;i processi di adattamento, compensazione e normalizzazione in un contesto dato (scuola e societ\u00e0). Tale caratterizzazione, nonostante il richiamo alla strutturazione del contesto in cui si attiva il processo integrativo, rimane lo sfondo di riferimento che trova nella teoria della normalizzazione e di ruoli sociali valorizzati uno dei riferimenti principali (Canevaro A. et al, 1996)\u2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La teoria della normalizzazione e dei ruoli sociali valorizzati ha incontrato per\u00f2 diverse critiche soprattutto da parte di quegli autori che vedono un forte intreccio fra condizioni individuali e strutture sociali. Da una prospettiva sociologica&nbsp; P. Fougeyrollas e K Roy (1996) hanno cercato di problematizzare il concetto di ruolo sociale sia in riferimento&nbsp; al concetto di abitudini di vita, sia alle idee sottostanti al principio della normalizzazione. L\u2019aspetto maggiormente significativo di questa riflessione riguarda il rapporto fra il concetto di differenza e quello di valorizzazione dei ruoli sociali. Per gli autori citati i principi di normalizzazione suggeriscono che esiste un\u2019idea generale condivisa, di norme, di regole, di comportamenti, una sorta di verit\u00e0 oggettiva nella quale si iscrivono dei ruoli sociali definiti dalla societ\u00e0; tentare di normalizzare le persone attraverso apparenze ordinarie come possono essere i ruoli sociali valorizzati pu\u00f2 assumere il senso di una violenza integrante, di una&nbsp;standardizzazione limitativa alla cui base si trovano la negazione e l\u2019espulsione delle differenze. La relazione fra processo di normalizzazione, adattamento e compensazione sottostanti al paradigma dell\u2019integrazione espressi dalla legge 104 non sono mai stati messi in discussione e, nel tempo, hanno prodotto differenti forme integrative (Medeghini R., 2005). Infatti, accanto all\u2019idea di integrazione partecipata si sono consolidate altre forme concettuali e operative (integrazione differenziata, integrazione progressiva, integrazione condizionale) prodotte da un processo conservativo delle diverse istituzioni che pu\u00f2 assumere &nbsp;diverse forme: la negazione diretta ed esplicita all\u2019accesso in un contesto, l\u2019utilizzo della <em>condizione<\/em>, cio\u00e8 dei vincoli che tendono a salvaguardare l\u2019istituzione. &nbsp;Questi possono identificarsi, ad esempio, nella <em>progressivit\u00e0<\/em>, cio\u00e8 nel legame fra ingresso e acquisizione di abilit\u00e0 sempre meno distanti dalla norma richiesta dall\u2019 l\u2019istituzione; nella <em>differenziazione<\/em>, cio\u00e8 nella relazione fra accesso e livello di gravit\u00e0 che pone non solo una divisione fra chi pu\u00f2 e non pu\u00f2 accedere ma d\u00e0 anche l\u2019indicazione di percorsi differenziati fra chi non \u00e8 in grado e chi pu\u00f2 affrontare il processo di integrazione; nelle <em>condizioni<\/em>, cio\u00e8 nella richiesta di risorse umane o finanziarie destinate alla persona in ingresso. Come si pu\u00f2 osservare, queste modalit\u00e0 sono un prodotto sia sociale che istituzionale come dimostra la scuola e, allo stesso tempo, rappresentano i meccanismi conservativi, ma soprattutto immunizzanti, messi in atto per impedire, limitare o tenere sotto governo le richieste di cambiamento. Qui&nbsp; le risorse vengono invocate come condizioni di tutela dell\u2019organizzazione e non come possibilit\u00e0 e mezzi per il cambiamento e l\u2019innovazione in grado di aprirsi alle differenze. Si spiegano cos\u00ec i diversi fallimenti dell\u2019integrazione pur in presenza di risorse adeguate: ne sono un esempio gli studenti con disabilit\u00e0 che trovano poche opportunit\u00e0 di partecipazione&nbsp;all\u2019apprendimento in classe nonostante una copertura adeguata di ore; i progetti sociali per le persone con disabilit\u00e0 che rimangono confinate ad un primo livello di inserimento come dimostrano le piscine con corsie e orari riservati. L\u2019elenco potrebbe continuare, ma in questo passaggio la sottolineatura necessaria \u00e8 che anche in presenza di risorse per i processi di normalizzazione si produce un \u00abhandicap da conversione<a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftn3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>\u00bb, cio\u00e8 un\u2019incapacit\u00e0 a tradurre in positivo i mezzi che vengono messi a disposizione. La causa di questa inadeguatezza e il suo prodotto, che potremmo definire un \u00abdoppio handicap\u00bb in quanto svantaggia doppiamente la persona, vanno ricercati nella relazione deficit-bisogno-risorse e nella sua attribuzione al singolo, all\u2019individuale, eludendo cos\u00ec quei fattori ambientali e contestuali che rappresentano davvero i fattori causali dell\u2019esclusione. L\u2019analisi sin qui condotta sull\u2019integrazione permette di portare in superficie l\u2019epistemologia che la ispira e che oggi risulta dominante per il suo carattere di trasversalit\u00e0 che coinvolge non solo le aree della disabilit\u00e0. Proprio per tale diffusione, l\u2019integrazione \u00e8 diventata essa stessa un sapere implicito e, allo stesso tempo, un dispositivo performativo il cui primo esito \u00e8 l\u2019omissione della propria genealogia &nbsp;e che, di conseguenza, viene assunta come circuito logico-interpretativo orfano o privo di teorie di riferimento. Da queste considerazioni nasce la risposta non certo positiva all\u2019interrogativo circa la capacit\u00e0 del dispositivo dell\u2019integrazione di essere ancora potenzialmente innovativo e, quindi, in grado di trasformarsi. Infatti dall\u2019analisi prodotta sin qui, l\u2019integrazione appare prigioniera delle stratificazioni e delle sedimentazioni dei diversi impliciti, che rimandano all\u2019abilismo, alla neutralit\u00e0 dei contesti, all\u2019adattamento, alla normalizzazione, all\u2019autonomia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>L\u2019inclusione&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u2026 A differenza delle concezioni ora evidenziate, l\u2019Inclusione non assume la dicotomia norma\/deficit, n\u00e8 i conseguenti&nbsp; principi di compensazione\/adattamento\/normalizzazione finalizzati all\u2019integrazione in contesti definiti. Essa supera la relazione norma-deficit-bisogno per assumere le \u00abdifferenze\u00bb, non come prodotto di condizioni interne alla persona, ma come insieme di percorsi, modi e stili che ognuno mette in atto per orientarsi e agire nei processi sociali, relazionali e di apprendimento. Nella prospettiva inclusiva il problema non \u00e8 <em>nella <\/em>o <em>della<\/em>persona ma nel possibile ruolo \u00abdisabilitante\u00bb dei contesti e delle relazioni che in essi si attivano: da qui l\u2019attenzione particolare che l\u2019osservazione inclusiva dedica alla presenza o meno di barriere per la partecipazione e l\u2019apprendimento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci\u00f2 non significa per\u00f2 mettere in secondo piano le specificit\u00e0 dei singoli: anzi, le \u00abdifferenze\u00bb assumono un significato e una valenza maggiore nel momento in cui, superando la strutturazione normativa viene messo in discussione il principio dell\u2019oggettivit\u00e0, quel principio che \u00e8 in grado di mettere sotto silenzio l\u2019esperienza individuale: infatti il vivente non vive in mezzo a leggi, ma in mezzo ad esseri, avvenimenti, contesti, giochi di potere che diversifi\u00adcano queste leggi e all\u2019interno dei quali le differenze acquisiscono senso e significato. L\u2019Inclusione vuole quindi fornire uno sfondo adeguato alle \u00abdifferenze\u00bb in ambienti di forte connotazione relazionale e sociale per cui, anzich\u00e9 essere un tema specifico relativo a come si possa integrare qualcuno in un contesto dato (societ\u00e0, scuola, mondo lavorativo), essa si propone di indicare una prospettiva per modificare le culture, le forme organizzative dei contesti, le modalit\u00e0 relazionali, in modo da poter rispondere alle richieste di partecipazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma ci\u00f2 \u00e8 sufficiente? \u00c8 sufficiente, cio\u00e8, richiamarsi all\u2019ambiente ecologico per garantire un processo inclusivo? Senza dubbio ci\u00f2 rappresenta una condizione, ma risulta debole, generica e, per certi versi, anche priva di una connotazione politica se si limita&nbsp; a richiamare i sistemi, le relazioni in essi presenti, le interazioni senza ancorarla alla dimensione storica, spazio-temporale e alle relazioni di potere che la attraversano. Le relazioni e le interazioni, infatti, si collocano in uno spazio e in un tempo, sono situate storicamente; sono esse stesse frutto di relazioni inter-agite all\u2019interno di un sistema sociale (cultura, percezioni, rappresentazioni, ideologie, istituzioni, lotte per l\u2019egemonia\u2026); sono iscritte in <em>relazioni di <\/em>potere (saperi disciplinari\/produzione di servizi, insegnanti\/alunni, educatori\/persone con disabilit\u00e0\u2026) intese come insieme di giochi strategici tendenti a costituire la condotta degli altri<a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftn4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>. Da qui si desume che l\u2019ecologia delle relazioni diventa un esercizio retorico se non fa i conti con i dispostivi egemoni che si costruiscono in una data cultura, in un dato spazio, in un dato tempo e che si esplicitano in politiche e pratiche (Medeghini R., 2013).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Inclusione e diritti<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tema dell\u2019inclusione declinato nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilit\u00e0 (2006) sembra non contenere elementi di problematicit\u00e0 sul versante dell\u2019enunciazione: infatti riconosce alle persone con disabilit\u00e0 un eguale diritto a vivere nella comunit\u00e0 con la stessa libert\u00e0 di scelta delle altre persone ed orienta le politiche a facilitare il godimento di tale diritto e della piena inclusione e partecipazione alla comunit\u00e0. Sfondo, questo, importante e decisivo per un\u2019emancipazione delle persone con disabilit\u00e0, ma che apre per\u00f2 una serie di interrogativi che riguardano non solo la presenza di un costrutto teorico comune in grado di condividere l\u2019interpretazione degli enunciati, ma anche la loro possibile e concreta applicazione. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Rispetto al primo problema, cio\u00e8 al costrutto teorico, il lessico della Convezione appare ambiguo in quanto utilizza indifferentemente <em>inclusione<\/em>ed <em>integrazione<\/em>come se fossero sinonimi e quindi sovrapponibili. Certamente, ci\u00f2 deriva dal confronto con le diverse politiche, culture e sistemi economici che permettono o meno le condizioni di una loro elaborazione ed attuazione<a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftn5\">[5]<\/a>, ma ci\u00f2 non \u00e8 sufficiente per giustificare questa sovrapposizione. Infatti, fra le due prospettive esiste una differenza sostanziale basata su una diversa epistemologia\u2026 In quale prospettiva si inserisce il costrutto della Convenzione e le enunciazioni che propone?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il riferimento al concetto di barriere non pu\u00f2 certo portare ad una risposta: infatti l\u2019utilizzo di questo costrutto pu\u00f2 essere applicato ad entrambi i paradigmi ed interpretato allo stesso modo come impedimento alla partecipazione. Ci\u00f2 che diventa sostanziale e che permette di uscire da questa ambiguit\u00e0 lessicale \u00e8 invece il passaggio da una natura individuale della condizione ad una sociale: nel primo caso la barriera pu\u00f2 essere la menomazione della persona oppure le condizioni ambientali ma sempre nella prospettiva di un contesto che non mette in discussione la sua natura, nel secondo caso la barriera \u00e8 l\u2019ambiente stesso con le relazioni di potere che lo contraddistinguono. In questa prospettiva pu\u00f2 collocarsi anche la problematicit\u00e0 del costrutto delle \u201c<em>pari opportunit\u00e0 o uguaglianza delle opportunit\u00e0\u201d<\/em>, presente &nbsp;in alcuni passaggi della Convenzione (punto <em>f<\/em>ed <em>y<\/em>del Preambolo),&nbsp; se esso viene interpretato come semplice possibilit\u00e0 di accesso alle esperienze (sociali, scolastiche, lavorative, culturali\u2026). Infatti, anche in questo caso, l\u2019attenzione esclusiva \u00e8 rivolta alle differenti condizioni in entrata dei singoli nei diversi contesti senza alcun riferimento ai processi in presenti in essi (es. le modalit\u00e0 relazionali in un\u2019azienda o quelle di insegnamento nella scuola). Si definisce qui il costrutto di <em>risorsa<\/em>come strumento compensativo che viene rivolto al singolo (si veda la figura dell\u2019educatore, dell\u2019assistente educatore, dell\u2019insegnante di sostegno, dei vari contributi economici) teso a modificare la condizione individuale, ma non i diversi contesti. La stessa difficolt\u00e0 sembra presente nell\u2019approccio delle <em>capacit\u00e0<a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftn6\"><sup><strong><sup>[6]<\/sup><\/strong><\/sup><\/a><\/em>(Sen.A.,1994; Nussbaum M.C., 2002) che copre lo stesso terreno sia dei cosiddetti diritti di prima generazione (libert\u00e0 civili e politiche) sia dei diritti di seconda generazione (diritti economici e sociali). Infatti, pur uscendo dal costrutto di risorsa per assumere quello di <em>possibilit\u00e0<\/em><em>di<\/em><em>attivit\u00e0 <\/em>da parte delle persone e pur definendo pericolosa una lista differenziata delle capacit\u00e0 per le persone con menomazione (Nussbaum M.C., 2007), non \u00e8 chiaro come il costrutto delle capacit\u00e0 si articoli nel momento in cui&nbsp;incontra disabilit\u00e0 gravi. Infatti, in questo ambito, vengono introdotte le idee di <em>compatibilit\u00e0<\/em>e di <em>adeguatezza <\/em>rispetto al tipo di coinvolgimento da adottare che, ad esempio, nel caso della disabilit\u00e0 intellettiva, deve realizzarsi ad un livello che sia adeguato alle abilit\u00e0 della persona. Cosa significa? Che non tutti i diritti sono esigibili allo stesso livello da tutte le persone? Posto il problema in questi termini, il rischio che ne consegue \u00e8 che l\u2019inabilit\u00e0, esclusa dall\u2019opposizione ad un elenco differenziato delle capacit\u00e0, ritorni come dato di fatto, interno alla persona, senza essere messa in relazione al ruolo del sociale nella definizione dell\u2019\u00abessere abili\u00bb, prospettando in tal modo una prospettiva delle capacit\u00e0 su base individuale. Nella riflessione \u00e8 senz\u2019altro presente il riferimento al sociale come possibile ostacolo alle capacit\u00e0 e al funzionamento, ma con il limite che il livello del coinvolgimento e la possibilit\u00e0 di accedere alle abilit\u00e0 combinate vengono, in ultima istanza, rapportate alle capacit\u00e0 interne. La prospettiva delle <em>capacit\u00e0 <\/em>ora citata rappresenta senz\u2019altro una visione culturale importante per l\u2019interpretazione dei diritti (op.cit., 2002 p.85) per le persone con disabilit\u00e0, ma sembra cedere all\u2019influenza del paradigma abilista ed individualista nel momento in cui si tratta di mettere in relazione il costrutto di <em>capacit\u00e0 <\/em>con quello di gravit\u00e0 presente nella condizione di una persona.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La centralit\u00e0 della strutturazione ambientale, delle relazioni che la contraddistinguono e dei conseguenti giochi di potere risulta invece fondamentale per l\u2019esercizio dei diritti e per la loro esigibilit\u00e0: infatti, per garantire ad una persona una certa capacit\u00e0, ad esempio l\u2019accesso al tempo libero, non \u00e8 sufficiente produrre stati interni di disponibilit\u00e0, ma occorre modificare i contesti, sia istituzionali che specifici, in modo da permetterne la partecipazione. Allora l\u2019insieme delle capacit\u00e0 non viene ridotto al semplice ruolo sociale, ma si configura come possibilit\u00e0, rapportandosi cos\u00ec alla presenza o meno di condizioni sociali che ne permettono o ne negano l\u2019attualizzazione. Ad esempio, l\u2019eccesso di autoreferenzialit\u00e0 di un servizio per la disabilit\u00e0 risulta un impedimento al concetto di capacit\u00e0 in quanto limita la costruzione di una rete sociale in grado di creare le condizioni perch\u00e9 le capacit\u00e0 possano esprimersi. &nbsp;La discussione sui diritti nella prospettiva inclusiva, sottolinea come questi non possono essere collocati in una dimensione enunciativa ed individuale, ma nei sistemi sociali, culturali e relazionali e, perch\u00e9 no, nei giochi di potere nei quali essi vengono costruiti, proposti ed esercitati: diventa quindi di fondamentale importanza interrogarsi sul ruolo delle istituzioni, dei contesti e delle loro culture per la loro attuazione ed esigibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per Simons e Masschelein (2005), la dinamica costitutiva di tali sistemi e i suoi effetti non si colgono nella dicotomia di inclusione\/esclusione in quanto sono un effetto, ma nel processo della governamentalit\u00e0 (Foucault, 1999) come processo politico tendente a guidare la condotta delle persone in una multiforme rete di relazioni e a controllare i processi di stabilizzazione e di cambiamento sociale. In questa dimensione, l\u2019inclusione, nei suoi presupposti di cittadinanza e di partecipazione come espresso dai diritti, viene inserita nel gioco governamentale, diventandone un oggetto che viene sottoposto ad una continua tensione fra negazione, mediazione e avanzamento&nbsp; in quanto inscritta nei giochi di potere dove le forme di resistenza e di affermazione generano processi emancipativi. &nbsp;Ed \u00e8 qui che si definisce la natura instabile dell\u2019inclusione e dell\u2019esigibilit\u00e0 dei diritti. &nbsp;Per chiarire la natura di questa tensione, gli autori (op. cit.) inseriscono nel tema della governamentalit\u00e0&nbsp; il dispositivo di <em>immunizzazione<\/em>(Esposito R., 1998, 2002) inteso&nbsp; come una risposta protettiva verso i rischi di uno sbilanciamento fra individuale e sociale e che si traduce in tutti quei dispositivi che tendono a regolare la vita in comune (forme giuridiche, leggi, regole, norme). L\u2019immunit\u00e0 emerge quindi come elemento costitutivo della comunit\u00e0 e quindi pu\u00f2 avere una funzione protettiva; diventa, per\u00f2, distruttiva o conservativa allorch\u00e9 il comune viene avvertito come minaccia dell\u2019identit\u00e0, sia individuale che sociale, tanto da limitarne, ridurne o negarne la ragione. \u00c8 in questa relazione fra individuale e comune che viene coinvolta l\u2019inclusione. Essa, infatti,&nbsp; interpretata come processo sostanziale per l\u2019emancipazione e la partecipazione di tutti, mette in discussione il costrutto individualista e di norma, diventando cos\u00ec un sistema esposto a risposte immunizzanti: nel sociale, ne sono esempio la proliferazione di servizi residenziali per persone con disabilit\u00e0 e, nella scuola, le aule di sostegno e le richieste di certificazione o di leggi per avere un aiuto scolastico. L\u2019inclusione viene cos\u00ec a collocarsi nell\u2019ambito delle pratiche governamentali e dei conseguenti processi di immunizzazione che tendono a frenare, limitare o negare ii cambiamento\u2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le riflessioni fin qui proposte permettono ora di tracciare un profilo della prospettiva inclusiva che pu\u00f2 essere costruito attorno ad alcuni nodi significativi. <\/p>\n\n\n\n<ol class=\"wp-block-list\"><li>Le politiche. A differenza della logica speciale dell\u2019integrazione, l\u2019approccio inclusivo richiede di pensare una ricomposizione fra diversi livelli delle politiche che abbia come riferimento l\u2019insieme delle differenze, della loro condizione ed evoluzione. Tale ricomposizione chiama in causa, ad esempio, l\u2019ambito dell\u2019economia (i luoghi, l\u2019ambiente, il tipo di lavoro, il suo rapporto con il corso della vita e il senso che gli viene attribuito dalle persone), della progettazione urbanistica ed edile ( la possibilit\u00e0 di avere spazi che permettano di essere vissuti in rapporto alle diverse condizioni e al loro cambiamento), dei trasporti che superino la logica dello <em>speciale<\/em>e della separazione, della cultura che ampli il suo riferimento ai modi differenti di utilizzare linguaggi, esprimere significati&nbsp; e visioni dell\u2019esistenza. In questo modo pu\u00f2 essere evitato il rischio di staticit\u00e0 insito nei processi di normalizzazione e della valorizzazione dei ruoli sociali. <\/li><li>Gli attori e i luoghi sociali. Le persone con disabilit\u00e0 vivono esperienze e spazi, differenziati e plurimi, per poter partecipare realmente alla vita di comunit\u00e0? La risposta non \u00e8 confortante in quanto le persone con disabilit\u00e0 affrontano la propria esistenza a contatto con luoghi specifici, funzionalmente diversi da quelli in cui vivono le altre persone: ne sono esempi gli studi degli specialisti che periodicamente valutano l\u2019evoluzione delle condizioni della persona, i luoghi della riabilitazione, quelli delle aule di sostegno, delle scuole potenziate o delle classi speciali, i Centri diurni, i Centri per le autonomie, i Centri di formazione e inserimento lavorativo, i Centri residenziali. Tali spazi sono pensati e costruiti sulla gravit\u00e0 o sull\u2019assenza di quelle condizioni che fondano la socialit\u00e0, la comunicazione, la capacit\u00e0 lavorativa, la capacit\u00e0 di apprendere.&nbsp;Ne deriva che se la caratteristica sociale dei luoghi e degli spazi sociali \u00e8 quella di poter essere attraversati, utilizzati, scelti, significati da chiunque voglia collocarsi in essi, anche per condizioni temporanee come quelle relative alla salute, i luoghi della disabilit\u00e0 risultano invece chiusi nella definizione della loro utenza. L\u2019approccio inclusivo problematizza questa prospettiva, sollecitando a superare la normativit\u00e0 e la standardizzazione dei luoghi e degli spazi in quanto esse sono barriere alla partecipazione e alle possibilit\u00e0 di lasciare tracce nelle relazioni. &nbsp;Questo richiede di pensare inclusivamente gli spazi, aperti culturalmente e strutturalmente alle differenze per poter cos\u00ec generare un circuito di relazioni e interazioni sociali. &nbsp;Questa rete risulta decisiva in quanto il concetto di inclusione richiede di pensare non solo a luoghi istituzionali aperti, ma anche agli altri luoghi dell\u2019inclusione, quelli meno formali a volte inattesi, ma po\u00adtenzialmente forti e significativi, che consentono di concretizzare un progetto di vita.<\/li><li>Il piano legislativo. Il profilo inclusivo, vista la prospettiva ora delineata, non pu\u00f2 non interrogare il ruolo delle politiche sociali, del welfare e della legislazione nella definizione del corso di vita delle persone con disabilit\u00e0: infatti&nbsp;l\u2019istituzionalizzazione e la standardizzazione dei percorsi di vita attraverso una legislazione, soprattutto regionale (ad esempio la suddivisione dei servizi in centri per le autonomie, diurni, residenziali, basati sul grado di gravit\u00e0) pu\u00f2 non essere un fattore protettivo, ma , al contrario, pu\u00f2 diventare&nbsp; elemento di rischio e di emarginazione se costruisce percorsi non modificabili. Per evitare ci\u00f2, la prospettiva inclusiva richiede alle politiche e alla legislazione di uscire da tale vincolo &nbsp;per assumere politiche differenziate che non facciano riferimento a gruppi omogenei e statici, come, ad esempio, anziani o disabili, ma che si collochino nelle vite, nelle relazioni e nelle esperienze delle persone e abbiano come riferimento la loro possibilit\u00e0 di azione (C.Saraceno, 2001)\u2026<\/li><\/ol>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftnref1\">[1]<\/a>I Disability Studies (DS) e, con essi, l\u2019Inclusione si sono sviluppati negli ultimi quarant\u2019anni in ambito prevalentemente angloamericano e nord europeo. Essi, pur proposti sotto un\u2019unica etichetta e&nbsp;presentandosi come un oriz\u00adzonte di ricerca differenziato, condividono una trama comune che comprende un confronto critico col modello medico-individuale come fondamento delle concettualizzazione relative al deficit e alle disabilit\u00e0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftnref2\">[2]<\/a>Nei testi legislativi citati il termine di riferimento \u00e8 \u00abhandicap\u00bb. L\u2019utilizzo dei termini \u00abdisabilit\u00e0, con disabilit\u00e0, disabile\u00bb viene adottato dalla classificazione ICF (<em>International classification of functioning, disability and health<\/em>)&nbsp; elaborata dall\u2019Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0 (OMS) nel 2001.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftnref3\">[3]<\/a>Tale definizione \u00e8 presa in prestito da A.Sen (Inserto domenicale Sole 24 Ore \u2013 4 settembre 2005 \u2013 p.36)il quale mette in relazione le risorse con la possibilit\u00e0 di convertirle in forme di vita adeguate. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftnref4\">[4]<\/a>Foucault M. (1998). <em>L\u2019etica della cura di s\u00e9 come pratica della libert\u00e0<\/em>. In Archivio Foucault 3. Milano: Feltrinelli <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftnref5\">[5]<\/a>Infatti ci troviamo di fronte a situazioni nazionali dove integrazione ed inclusione sono negate, altre che si dibattono nella difficolt\u00e0 della loro attuazione e altre ancora che si interrogano sulla loro tenuta e su un possibile cambiamento di paradigma come \u00e8 nel caso dell\u2019integrazione italiana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/1159187E-395C-4E0C-A4B9-2D212ED239F7#_ftnref6\">[6]<\/a>Il concetto di <em>capacit\u00e0&nbsp;<\/em>qui utilizzato non ha alcuna relazione con quello di abilismo: infatti Nussbaum (2012, P.28) sottolinea come esse non siano \u00ab\u2026 semplicemente delle abilit\u00e0 insite nella persona, ma anche le libert\u00e0 o opportunit\u00e0 create dalla combinazione di abilit\u00e0 personali e ambiente politico, sociale ed economico\u00bb. Alcuni esempi: poter vivere con gli altri, poter partecipare a scelte politiche, poter amare e&nbsp; provare desiderio, aver diritto a cercare lavoro.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\" \/>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator is-style-default\" \/>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\" \/>\n\n\n\n<p style=\"font-size:26px\" class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\"><strong>Disabilit\u00e0 acquisita. \u201cPrima e dopo\u2026 \u00e8 questa la mia vita?\u201d<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">Questo contributo prende spunto dalla ricerca promossa dall\u2019Associazione Disabili Bergamaschi (ADB) che ha indagato il rapporto fra disabilit\u00e0 acquisita e lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">Roberto Medeghini, Docente di Pedagogia Speciale, Scienze dell\u2019educazione Universit\u00e0 degli studi di Bergamo, 2010<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le pratiche discorsive presenti in educazione e nel sociale molto spesso utilizzano riferimenti categoriali che producono un occultamento delle differenze. Ci\u00f2 \u00e8 maggiormente ricorrente quando ci si rivolge alla&nbsp;<em>disabilit\u00e0<\/em>, una categorizzazione che rimanda ad un universo astratto dove percezioni&nbsp;&nbsp;ed immagini ispirano linguaggi e discorsi orfani delle identit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tali processi sono stati oggetto di analisi da parte di diversi studiosi fra i quali M.Mercier (1999) che, attraverso ricerche sulle rappresentazioni sociali della disabilit\u00e0 nella societ\u00e0 occidentale, ha evidenziato&nbsp;&nbsp;la presenza di specifiche immagini sociali e le differenti percezioni fra la disabilit\u00e0 fisica e quella mentale. In questa ricerca l\u2019immagine e la rappresentazione sociale vengono utilizzate per spiegare processi differenti che da una parte descrivono un processo cogni\u00adtivo individuale (immagine) e dall\u2019altra evidenziano una struttura social\u00admente costruita dai modi di conoscenza generici in seno ad una societ\u00e0 che a sua volta determina le attitudini, i comportamenti, le opinioni a proposito degli individui, della societ\u00e0 e della natura. L\u2019interesse di questa ricerca sta nell\u2019emersione di cinque categorie di immagine e di altrettante rappresenta\u00adzioni sociali:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>l\u2019immagine semiologica&nbsp;<\/em>che attribuisce ai disabili fisici l\u2019immagine di un corpo colpito, impotente ed incapace di fare, mentre assegna alla disabilit\u00e0 mentale l\u2019immagine del mongolismo, dell\u2019autismo e della fol\u00adlia. In entrambi i casi l\u2019accento \u00e8 posto sul deficit inteso come mancanza, patologia, negativit\u00e0 e l\u2019idea che viene veicolata \u00e8 la negazione della potenzialit\u00e0, della qualit\u00e0 e delle possibilit\u00e0 di sviluppo delle condizioni fisiche e mentali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Emerge in modo netto&nbsp;<em>l\u2019immagine della figura da sostenere&nbsp;<\/em>che<em>&nbsp;<\/em>attribuisce ad entrambe le tipologie di disabilit\u00e0 immagini infantilizzate, come bambini incapaci di essere autonomi e d\u2019inserirsi con le loro forze nella vita sociale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019immagine secondaria<\/em>&nbsp;traduce gli effetti che le immagini semiologiche producono sulla disabilit\u00e0. Per la persona con disabilit\u00e0 motoria l\u2019accento \u00e8 messo sull\u2019assi\u00adstenza tecnica, su oggetti riparatori e compensatori, mentre la persona con disabilit\u00e0 mentale rinvia ad un\u2019immagine secondaria di mondo chiuso e chiusura affettiva. Non c\u2019\u00e8 un\u2019immagine secondaria di ritardo scolastico per la persona con deficit fisico, mentre questa immagine \u00e8 pregnante per la persona con disabilit\u00e0 mentale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019immagine affettiva<\/em>&nbsp;riflette invece la maniera in cui \u00e8 tradotto il vissuto affettivo della persona disabile. La persona fisicamente disabile trasmette un\u2019immagine di voglia di vivere, di volont\u00e0 di adattarsi, di capacit\u00e0 di riscatto, mentre la disabilit\u00e0 mentale rinvia ad una condizione di ripiego su di s\u00e9, di chiusura sia verso l\u2019interno che verso l\u2019esterno.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Infine&nbsp;<em>l\u2019immagine relazionale<\/em>&nbsp;sottende le relazioni effettive che gli altri hanno con le persone disabili. Anche in questo caso si ripresentano percezioni differenti al variare della tipologia del deficit: infatti nei confronti della persona con deficit fisico prevale un sentimento di inadeguatezza, mentre per la persona con disabilit\u00e0 mentale domina la paura del rifiuto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le immagini ora presentate condividono una visione deficitaria della disabilit\u00e0, ma con una forza disabilitante diversa: infatti le immagini di svantaggio, di disadatta\u00admento e di timore predominano maggiormente&nbsp;&nbsp;nella percezione delle persone con defi\u00adcit mentale, mentre nel deficit fisico sono attenuate dall\u2019idea che la persona ha il deside\u00adrio di vivere e di essere autonoma. Le immagini precedenti non si escludono a vicenda, ma si raggruppano, coesistono e si articolano per formare delle rappresentazioni sociali che sono esse stesse legate ai modelli culturali ed al linguaggio bio-medico della disabilit\u00e0. Infatti, come si pu\u00f2 osservare, esse sono guidate da un\u2019epistemologia abilista che produce categorizzazioni attraverso la dicotomia abile\/non abile, costringendo le storie e le vite delle persone ad omogeneizzarsi e a perdere la singolarit\u00e0 nelle classificazioni.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come recuperarle? Come dare loro voce? Non \u00e8 certo facile visti i filtri culturali, le pratiche consolidate, il linguaggio e i discorsi che in questi anni si sono costruiti attorno al concetto di \u00abdisabilit\u00e0\u00bb compresi i tentativi di trovare altre parole e termini senza che fosse messa in discussione l\u2019epistemologia di fondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Forse un percorso di emersione pu\u00f2 essere possibile recuperando non solo le biografie e le storie ma anche ponendo in rilievo una condizione sociale comune che non \u00e8 frutto di un deficit, ma di processi disabilitanti: voci delle persone con disabilit\u00e0 e condizione disabilitata possono cos\u00ec rappresentare un\u2019uscita dai processi di occultamento e di esclusione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questi ultimi non sono per\u00f2 da intendersi solo come semplici costrutti teorici, ma come pratiche che si articolano nelle pieghe della quotidianit\u00e0, nel vivere sociale e nelle sue interazioni attraverso sistemi che comprendono la produzione economica con il lavoro, il linguaggio e i discorsi con le loro regole, la formazione di una famiglia, la partecipazione, il gioco, l\u2019istruzione; sistemi questi che punteggiano il vivere e che per questo sono in grado di produrre stigmi:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00ab\u2026 Dopo tutto, lo scacco professionale, il fallimento nella realizzazione, l\u2019incapacit\u00e0 di occupare il proprio statuto sociale \u00e8 ai nostri occhi, lo stigma primo e fondamentale [\u2026] il primo indizio di fragilit\u00e0\u2026\u00bb (Foucault, 1978. P.71)<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&nbsp;I processi di esclusione e gli stigmi ad essi associati si producono e si esercitano attraverso un sistema di pratiche, discorsive e non, che investono il corpo<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>&nbsp;dei singoli individui per renderlo socialmente compatibile ed economicamente produttivo<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>. Il corpo diventa cos\u00ec il terreno su cui si&nbsp;&nbsp;concretizza e si pratica il principio normativo della dinamicit\u00e0 e dell\u2019efficienza e su cui, di conseguenza, si produce socialmente il costrutto concettuale di fragilit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo modo, l\u2019abilismo, attraverso categorie normative, non solo prefigura un\u2019idea di corpo, ma definisce anche le coordinate di spazio e di tempo in cui questo corpo vive; ed \u00e8 attraverso l\u2019associazione di queste componenti che si rende visibile il funzionamento o l\u2019inabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019intreccio qui evidenziato pervade cos\u00ec i diversi contesti e li caratterizza in termini di produttivit\u00e0: la scuola, la vita sociale, il lavoro con le loro categorie normative e le conseguenti coordinate spazio-temporali si&nbsp;&nbsp;possono quindi pensare come luoghi in cui si esercita una presa sul corpo e in cui si d\u00e0 luogo al nascere del lavoratore, dello studente, dell\u2019abitante.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le relazioni corpo-spazio-tempo non rimangono per\u00f2 costanti; o meglio rimangono tali nella loro enunciazione, ma non nella loro strutturazione. Il vivere, infatti, \u00e8 evolutivamente denso di cambiamenti che impongono nuove e continue ristrutturazioni che risultano per\u00f2 meno minacciose&nbsp;&nbsp;per una sorta di continuit\u00e0 normativa: infatti, attraverso il funzionamento normativo del corpo, diventa possibile, pur all\u2019interno di differenziazioni, un controllo delle coordinate spazio-temporali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Diversa \u00e8 la condizione della disabilit\u00e0 soprattutto quella acquisita dove l\u2019assenza normativa \u00e8 causata da una sua perdita: si produce cos\u00ec la frattura fra un prima e un dopo che diventa traumatica in virt\u00f9 del fatto che essa si svolge attorno al principio del funzionamento. Da una parte un corpo che ha perso lo statuto di norma e dall\u2019altra le coordinate spazio-temporali del quotidiano, del sociale e del lavoro che rimangono all\u2019interno di una caratterizzazione normativa:&nbsp;&nbsp;prima il corpo si muoveva nella categoria dell\u2019\u00abadeguato\u00bb ora invece la \u00abperde\u00bb o \u00abnon regge\u00bb tale dimensione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa condizione, nella duplice veste della perdita e dell\u2019inadeguatezza, emerge chiaramente dalla ricerca come risposta all\u2019interrogativo: \u00abPerch\u00e9 non lavori pi\u00f9?\u00bb. Le motivazioni addotte sono diverse, e le riprenderemo successivamente, ma ci\u00f2 che interessa in questo passaggio \u00e8 la presenza di categorie quali \u00abnon riesco\u00bb, \u00absono paralizzato\u00bb, \u00abnon sono collocabile al lavoro\u00bb, \u00abho l\u2019invalidit\u00e0\u00bb.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il rimando alla condizione di non funzionamento e il suo confronto con il \u00abprima\u00bb \u00e8 essenzialmente un raffronto incessante con il costrutto normativo: gli sguardi degli altri, gli spazi pubblici e privati, i tempi da inseguire in una continua richiesta di adattamenti che in diverse situazioni non sono pi\u00f9 possibili.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A tale proposito la riflessione di R.Murphy<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>&nbsp;risulta significativa in quanto descrive il suo viaggio nella disabilit\u00e0 come una specie di distacco progres\u00adsivo dal mondo, in cui l\u2019esperienza individuale si carica di valenza paradig\u00admatica e si proietta come rappresentazione esemplare delle relazioni speri\u00admentate da ogni persona disabile nel mondo sociale. La scoperta della patologia avviene per Murphy al culmine di una brillante carriera accademica: un nuovo percorso, per\u00f2, gli si prospetta per il futuro dove si trova a confrontarsi con uno spazio e un tempo re\u00adgolati da norme e gerarchie proprie, in cui gli compete il ruolo sociale pecu\u00adliare del malato istituzionalizzato, del disabile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Rispetto a questa condizione Murphy sottolinea la sospensione dei ruoli sociali ordinari, madre, padre, professore, panettiere, operaio, impiegato\u2026 e l\u2019assunzione del ruolo di malato che, secondo il grado di infermit\u00e0, lo dispensa dagli obblighi sociali. La vita sociale infatti prescrive l\u2019adeguamento a un mondo strutturato per venire incontro alle esigenze di un corpo abile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00ab\u2026&nbsp;<em>La scienza ecologica ci insegna che il nostro ambiente non \u00e8 formato da entit\u00e0 immutevoli e inerti, ma da insiemi di relazioni viventi e variabili tra persone e oggetti. Ogni elemento della nostra architettura, ogni percorso ad accesso pubblico, dai marciapiedi ai sottopassi, \u00e8 stato pensato per persone con gambe funzionanti\u2026<\/em>\u00bb<em>&nbsp;<\/em>(pag.59)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Confrontarsi con i limiti crescenti del proprio corpo porta Murphy al pensiero delle conseguenze estreme della propria condizione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00ab\u2026&nbsp;<em>Non ricordo di aver pensato in precedenza alla disabilit\u00e0 fisica, eccetto che come qualcosa che capitava agli altri, meno fortunati. Per me non aveva certamente alcuna rilevanza. Una persona disabile poteva entrare nel mio campo visivo, ma la mia mente non se ne accorgeva, una specie di cecit\u00e0 selettiva piuttosto comune nella nostra cultura\u2026\u00bb&nbsp;&nbsp;(p.86)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una delle esperienze della persona con disabilit\u00e0 acquisita \u00e8 la forma di alienazione che Murphy chiama&nbsp;<em>disembodiment<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn5\"><sup><strong>[5]<\/strong><\/sup><\/a>&nbsp;,&nbsp;<\/em>un&nbsp;allontanamento dal proprio corpo vissuto come oggetto in balia di cure esterne, un vincolo all\u2019azione nel mondo pi\u00f9 che il suo strumento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Al peggiorare della mia condizione, ho cominciato a considerare il mio corpo come un sistema difettato di sostegno alla vita, la cui unica funzione \u00e8 di sostenermi la testa \u2026 La mia soluzione al problema \u00e8 stata la radicale dissociazione dal corpo, una specie di esternalizzazione dell\u2019identit\u00e0. Forse uno dei motivi del successo in questo adattamento \u00e8 che non sono mai stato troppo orgoglioso del mio corpo. Sono di media altezza, non particolarmente avvenente e antisportivo militante. Non sono mai stato molto attraente, ma non me ne sono mai preoccupato. (pag.103).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019analisi della condizione sociale del disabile fisico, comune anche ad altre disabilit\u00e0, spinge Murphy ad utilizzare il concetto di&nbsp;<em>liminalit\u00e0<\/em>, un concetto legato ai riti di passaggio, che nelle so\u00adciet\u00e0 arcaiche hanno la funzione di permettere e determinare la transizione da una condizione sociale ad un\u2019altra. Nei riti iniziatici, in genere, si individuano le seguenti fasi: isolamento con relativa istruzione dell\u2019iniziando, emergenza rituale e reicorporazione nella societ\u00e0. \u00c8 durante il passaggio dalla prima alla seconda fase che ci si trova di fronte ad una condizione&nbsp;<em>liminale<\/em>, cio\u00e8 ad una specie di limbo sociale in cui la persona viene lasciata ai margini del sistema sociale formale. Per Murphy il disabile si trova dunque in una condizione&nbsp;<em>liminale<\/em>, di vita sospesa, ad un tempo non sano e non malato, n\u00e9 pienamente vitale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00ab\u2026<em>&nbsp;Cos\u00ec come i corpi dei disabili sono permanentemente deficitari, cos\u00ec lo \u00e8 la loro collocazione sociale. La perdurante indeterminatezza del loro stato fisico si replica nella costante mancanza di definizioni dei ruoli sociali, che in ogni situazione vengono sconvolti e oscurati dalla loro identit\u00e0<\/em>\u2026\u00bb (p.136)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella ricerca riportata in questo testo ritroviamo in alcune interviste i temi ora citati, soprattutto quelli in relazione ai processi normativi che ispirano gli sguardi e le coordinate spazio-temporali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00ab\u2026&nbsp;<em>mi sentivo come sospesa\u2026 in una situazione che dovevo rendere mia. Ho presto cominciato a realizzare che ero davvero io, cio\u00e8 che era successo proprio a me. S\u00ec, a me. E allora&nbsp;&nbsp;mi sono chiesta\u2026 \u00e8 questa la mia vita?<\/em>\u00bb (M.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 mi d\u00e0 fastidio chi viene a spingermi \u2026 sto andando e mi vengono dietro \u2026 io chiedo quando c\u2019\u00e8 bisogno. Per questo bisogna educare gli altri anche sul posto di lavoro e il resto \u2026 Tante volte peccano di eccesso\u2026 anche quando dicono che pregheranno per te come se avessi chiss\u00e0 quale cosa\u2026\u00bb<\/em>&nbsp;(C.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 mi sento in difficolt\u00e0\u2026 abituata a fare tutto, adesso non riesco pi\u00f9 a fare tante cose \u2026 Gli amici di prima non si sono pi\u00f9 fatti vedere\u2026 ognuno ha preso la sua strada \u2026 mi sono sentita sola.\u00bb<\/em>&nbsp;(P.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 Dopo l\u2019incidente gli amici erano presi da problema di cosa dovevano dirmi \u2026 Dopo un primo impatto han capito che ero la stessa persona di prima e da qui si \u00e8 recuperato il rapporto\u2026\u00bb<\/em>&nbsp;(F.)<em>&nbsp;&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab \u2026 Sul posto di lavoro i colleghi sono disponibili, anzi, a volte sin troppo. Non ti d\u00e0 fastidio, ma ti vien da dire \u201clasciami, mollami un po\u2019 \u2026\u00bb&nbsp;<\/em>(Bo.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00ab<em>&nbsp;\u2026 \u00c8 sempre una vita diversa. L\u2019impatto mio verso la gente \u00e8 cambiato \u2026 \u00e8 inevitabile per come ti vedono gli altri. Tanti ti guardano e pensano che non puoi fare quello che stai facendo. Dici che lavori in una grande azienda e che hai quella mansione e ti dicono \u201cDavvero?\u201d. C\u2019\u00e8 la necessit\u00e0 di dover sempre&nbsp;&nbsp;dimostrare ci\u00f2 che fai e quanto vali perch\u00e9 sei su una sedia a rotelle \u2026\u00bb&nbsp;<\/em>(Bo.)<em>&nbsp;&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Queste sottolineature risultano necessarie per una riflessione che vuole indagare la problematicit\u00e0 del rapporto fra lavoro e disabilit\u00e0 in quanto nel momento in cui lo si assume come dato (cosa non scontata) devono per forza conciliarsi rappresentazioni contrastanti:da una parte l\u2019<em>inabilit\u00e0<\/em>&nbsp;della disabilit\u00e0 e dall\u2019altra la propriet\u00e0 normativa&nbsp;<em>abilista<\/em>&nbsp;del lavoro con le componenti della competenza e dell\u2019autonomia. Gli esiti di questa opposizione rimandano in genere ad un\u2019immagine di&nbsp;<em>inconciliabilit\u00e0<\/em>&nbsp;che<em>&nbsp;<\/em>diventa dominante nella percezione sociale, impedendo cos\u00ec la costruzione di una&nbsp;&nbsp;rappresentazione produttiva della persona con disabilit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Infatti&nbsp;&nbsp;il complicato gioco delle concezioni, spostando l\u2019accento sull\u2019abilismo, condiziona il modo di interpretare le potenzialit\u00e0 di vita e le possibilit\u00e0 lavorative delle persone con disabilit\u00e0; e ci\u00f2 non coinvolge solamente la popolazione in generale, l\u2019azienda e i lavoratori, ma anche chi si occupa della progettazione e delle&nbsp;&nbsp;politiche sociali. Ragionare di questo rapporto significa allora spostare l\u2019attenzione dal ruolo del lavoro nella disabilit\u00e0 alle barriere e ai vincoli che impediscono il lavoro e alla condizioni che possono invece&nbsp;&nbsp;renderlo parte di un progetto di vita pi\u00f9 ampio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il riferimento critico alla produttivit\u00e0 come esito dell\u2019<em>essere abile<\/em>&nbsp;in una dimensione normativa standardizzata diventa quindi centrale non solo per la sua presenza nell\u2019ambito lavorativo, ma per il suo essere&nbsp;&nbsp;pervasivo nelle diverse pieghe della vita sociale; e questo testimonia la forza di tale costrutto nella definizione non solo di rappresentazioni, ma anche di scelte sociali e politiche. Ne \u00e8 un esempio il dibattito degli anni settanta e le scelte conseguenti allorch\u00e8 si trattava di aprire la scuola agli alunni con disabilit\u00e0. Infatti, nonostante l\u2019obiettivo di quegli anni fosse una scuola per tutti, l\u2019attenzione \u00e8 stata assorbita per la quasi totalit\u00e0 dalle classi differenziali, lasciando cos\u00ec in ombra il problema delle classi speciali e dell\u2019istituzionalizzazione. Non \u00e8 un caso che su diverse riviste scolastiche degli anni citati apparivano contemporaneamente riflessioni e richieste di abolizione delle classi differenziali e articoli che mettevano in guardia dal superamento delle scuole speciali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La frattura culturale fra il concetto di&nbsp;<em>svantaggio<\/em>&nbsp;(come esito del sociale) e di&nbsp;<em>handicap<\/em>&nbsp;(come risultante di un deficit) ha prodotto una differenziazione anche nella presa in carico del problema: il primo diventa un problema urgente da essere preso in considerazione dalla politica scolastica, mentre il secondo, in quanto condizione deficitaria individuale e non nella norma, diventa di competenza specialistica. Il prevalere dell\u2019attenzione verso la condizione di svantaggio \u00e8 da mettersi in relazione al concetto di \u00abproduttore\u00bb (di beni, saperi, apprendimento e informazioni) quale condizione fondamentale per poter riconoscere ad una persona il ruolo di agente sociale: questo era ritenuto possibile per le condizioni di svantaggio in quanto potenzialmente produttive, ma non per quelle deficitarie in quanto&nbsp;<em>inabili<\/em>&nbsp;e quindi improduttive.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si definisce qui l\u2019impianto concettuale che ispirer\u00e0 e ispira tuttora il paradigma dell\u2019integrazione, la logica legislativa e delle politiche sociali per la disabilit\u00e0 che nel tempo ha mantenuto come riferimento la categoria abilista&nbsp;(con il suo nesso alla norma e alla dicotomia deficit\/abilit\u00e0).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Abilismo, produttivit\u00e0, autonomia, adattamento, compensazione, normalizzazione formano quindi il vocabolario effettivo dei processi integrativi delle politiche sociali attuali che testimoniano la fatica ad uscire da un\u2019epistemologia che guarda al deficit come fattore interno alle persone e come&nbsp;&nbsp;causa principale delle difficolt\u00e0 senza alcun riferimento al ruolo disabilitante dei contesti e delle interazioni che li caratterizzano. Questa prospettiva, ricondotta al tema produttivo, pone il lavoratore con disabilit\u00e0 in una condizione critica in quanto la presenza di un deficit condiziona percezioni e scelte:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026&nbsp;&nbsp;\u00abdopo l\u2019incidente ero disponibile per il part-time nell\u2019azienda dove lavoravo \u2026 ho provato a fare un mese in ufficio \u2026 ma la ditta dopo due mesi mi dice che se non ritornavo alla mansione di prima non potevo continuare \u2026 Questo non era possibile per le mie condizioni cos\u00ec ho cercato da un\u2019altra parte un lavoro che potevo fare\u2026\u00bb (B.)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 Dopo la laurea ho avuto diverse proposte di lavoro. Avevo per\u00f2 l\u2019impressione che, oltre alla mia alta valutazione per la tesi, mi chiamassero per la legge sul collocamento obbligatorio. Non si rendevano conto di non essere attrezzate \u2026 Una ditta ha insistito \u2026 dovevano aiutarmi per superare i gradini, non avevano accesso alla mensa e per questo mi hanno detto che se non potevo accedere dicevano ad un ragazzo di portarmi il mangiare in ufficio \u2026\u00bb<\/em>&nbsp;(Bo.)<em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il quadro che emerge dalla ricerca conferma l\u2019influenza produttivo-abilista e, nello stesso tempo, evidenzia anche la ricaduta che questo concetto ha sulle scelte delle persone con disabilit\u00e0 in tema di lavoro. Infatti dai dati emerge che solo il 39% delle persone intervistate hanno continuato a lavorare e che la modifica del lavoro passa attraverso uno spostamento dalle attivit\u00e0 manuali a quelle di ufficio o di magazzino. I dati qui riportati descrivono una situazione prevedibile e cio\u00e8 che difficilmente le modificazioni investono le coordinate spazio-temporali del lavoro e che il principio di adattamento continua ad essere richiesto al lavoratore; condizioni queste che&nbsp;&nbsp;diminuiscono le possibilit\u00e0 di un recupero lavorativo da parte della persona con disabilit\u00e0. Anche il cambio di ruolo avviene all\u2019interno di una struttura gi\u00e0 disponibile (ufficio, magazzino) o in spazi che richiedono il minimo delle modifiche: in questo caso solo il 20% dei casi riporta la presenza di modifiche rappresentate per la met\u00e0 circa da interventi per rampe di scale e bagno.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Certamente il panorama \u00e8 molto variegato e le situazioni si diversificano in base anche ai contesti e alle tipologie produttive: diversa \u00e8 la scuola dal settore commerciale, diversa \u00e8 una media o grande azienda che ha gi\u00e0 avuto esperienze di inserimento da un\u2019attivit\u00e0 artigianale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 Per le aziende non va bene dire o assumi i disabili o paghi\u2026 Non bisogna dare questa possibilit\u00e0 di scelta\u2026\u00bb&nbsp;<\/em>(B.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 Il datore di lavoro \u00e8 stato presente: c\u2019era quando si dovevano fare modifiche agli ambienti ed \u00e8 stato uno dei primi ad interessarsi \u2026 Esprime solidariet\u00e0 e non ho mai avuto problemi quando devo rimanere a casa \u2026\u00bb<\/em>&nbsp;(C.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Variabili queste che incidono, ma che non possono essere utilizzate per\u00f2 come la spiegazione principale per la riuscita, le difficolt\u00e0 o i fallimenti degli inserimenti. Queste potrebbe ricercarsi invece nella rappresentazione comune che i disabili, come persone o come gruppo, contravvengono a tutti i valori normativi di corpo e, di conseguenza, ai criteri che definiscono i principi su cui si basa l\u2019idea di \u00abattivit\u00e0\u00bb, di \u00abproduttivit\u00e0\u00bb e di capacit\u00e0 gestionale dello spazio e del tempo: \u00e8 l\u2019esplicitazione di una concezione sociale in cui si condivide l\u2019immagine di una disabilit\u00e0 prigioniera del suo deficit.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Come uscire da questo costrutto? Semplicemente decostruendo il principio di contraddizione espresso dal corpo disabile per assumerlo invece come fattore di \u00abresistenza\u00bb. Questo concetto viene proposto da Foucault all\u2019interno di una riflessione sui sistemi relazionali che, secondo il filosofo, sono costantemente percorsi da relazioni di potere, dove il potere<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn6\"><sup>[6]<\/sup><\/a>&nbsp;&nbsp;perde la sua caratterizzazione assoluta per assumere quella relazionale tanto da essere sempre esposto a possibili resistenze. Ci\u00f2 significa&nbsp;&nbsp;che se non ci fosse resistenza non ci sarebbe potere e che, di conseguenza, il potere si rende decifrabile a partire da chi gli resiste.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E cosa \u00e8 un corpo disabile se non una forma di resistenza che non solo rende visibili e confutabili i presupposti del potere, ma che in questa resistenza trova forme affermative per la propria vita?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La resistenza si gioca quindi su pi\u00f9 piani: su quello epistemologico che cerca di ottenere un sapere \u00abda e su\u00bb la disabilit\u00e0, sulle codificazioni disciplinari e discorsive che producono effetti di verit\u00e0<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>, su quello normativo che tende a normalizzare. \u00c8 una resistenza allo sguardo sociale e disciplinare che verso le persone colgono nel tempo i ritardi, le assenze, le interruzioni, la staticit\u00e0, la memoria fallita; nello spazio l\u2019inefficienza, il disordine; nell\u2019attivit\u00e0 le negligenze, la lentezza, l\u2019affaticamento, la disattenzione, la mancanza di applicazione, la scarsa abilit\u00e0; nel comportamento la disobbedienza; nel corpo i gesti non corretti o la loro assenza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 Nella vita ti inculcano l\u2019idea che devi fare da solo&#8230; ma se riesci a fare tutto da solo saltano i rapporti con gli altri. Ad esempio l\u2019inaccessibilit\u00e0 pu\u00f2 aiutare questi rapporti\u2026 Forse queste sono contraddizioni, ma\u2026\u00bb.&nbsp;<\/em>(A.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I punti di resistenza non si esauriscono qui, ma coinvolgono anche ci\u00f2 che Foucault definisce il rapporto di \u00abs\u00e9 con s\u00e8\u00bb e la \u00abcura di s\u00e9\u00bb nel rapporto con gli altri, fattore, questo, necessario per impedire alla&nbsp;&nbsp;forma relazionale di esaurirsi, lasciando cos\u00ec&nbsp;&nbsp;posto a stati di dominio. Certamente quest\u2019ultima sottolineatura parrebbe pi\u00f9 appropriata per ruoli codificati come quelli di medico, pedagogista, educatore, insegnante, genitore; cio\u00e8 per tutti coloro che, a diverso titolo, sono investiti di un mandato istituzionale e sociale. Ma una prospettiva relazionale non limita i campi: ricerca invece le diverse e innumerevoli interazioni per renderle visibili e restituire a chi vi partecipa una forza e una responsabilit\u00e0 relazionale: per questo, assieme ad un\u2019azione di resistenza verso l\u2019esterno, vi \u00e8 quella verso una possibile indeterminatezza di s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel sistema relazionale qui descritto la resistenza \u00e8 verso una visione di un corpo che da soggetto di vita diventa solamente un oggetto di operazioni specifiche che hanno un loro tempo, un loro spazio e un loro linguaggio come testimoniano le diverse istituzioni.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gi\u00e0 nelle interviste della ricerca questo elemento emerge nel momento in cui le persone con disabilit\u00e0 guardano agli aspetti normativi non come obiettivi per la loro normalizzazione, ma come ostacoli alla loro vita, alla ricerca di un nuovo equilibrio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00ab\u2026&nbsp;<em>non appena il mio limite fisico me lo ha permesso ho affrontato il confronto con la vita di \u201cprima\u201d. Il mio schema corporeo doveva accettare questa nuova \u201ccosa\u201d[le stampelle]\u2026 quest\u2019oggetto esterno per poter trovare un equilibrio nuovo, diverso\u2026\u00bb&nbsp;<\/em>(M.).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 io voglio essere considerato per quello che faccio, per le mie qualit\u00e0 fisiche e soprattutto intellettive\u2026 \u00bb&nbsp;<\/em>(B).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I passi riportati delineano chiaramente la frattura fra norme e leggi che tendono a regolare la vita di ognuno su base normativa e le esperienze delle persone che invece si articolano attorno ad una norma che potremmo definire \u00abdei viventi<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>\u00bb. Infatti il vivente non vive in mezzo a leggi standard, ma in mezzo ad esseri e avvenimenti che diversifi\u00adcano queste leggi: \u00e8 questa, una vita fatta da continui atti&nbsp;&nbsp;di equilibratura la cui finalit\u00e0&nbsp;&nbsp;\u00e8 quella di ricercare e costruire incessantemente un nuovo equi\u00adlibrio in grado di rispondere&nbsp;&nbsp;alle variabili relazionali e interattive poste dall\u2019ambiente. Ed \u00e8 qui che si possono produrre \u00abpunti di resistenza\u00bb&nbsp;&nbsp;verso saperi, pratiche discorsive e non, politiche e stereotipi che tendono a normalizzare; resistenze che, in quanto atti dinamici che tendono al cambiamento della relazione, testimoniano la presenza di forme e spazi di libert\u00e0 che, per paradosso, si ritrovano nell\u2019imperfezione, nell\u2019ambivalenza del corpo, nel non concluso, nell\u2019errore, nella vulnerabilit\u00e0: in tutto ci\u00f2 che sfugge e resiste alla normalizzazione e all\u2019occultamento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Certamente le forme di resistenza non sono tutte uguali: ci pu\u00f2 essere l\u2019esigenza di affermarsi che contraddice stereotipi sia in relazione al concetto di lavoro che all\u2019inabilit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 prima dell\u2019incidente \u2026 lavoro \u2026 lavoro \u2026 lavoro\u2026 Adesso ci sono io. Ho preso consapevolezza di me, di questo corpo\u2026 dei limiti, delle sensazioni\u2026\u00bb<\/em>&nbsp;(A.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 \u00e8 importante sentirti ancora vivo e il lavoro per me \u00e8 un motivo di vita e di pensiero\u2026\u00bb<\/em>&nbsp;(B).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab \u2026 Il problema sono le barriere architettoniche, ma poi cominci a lavorare e vedi che ci sono le esigenze dell\u2019azienda \u2026 Bisogna venirsi incontro \u2026 Sono sulla sedia a rotelle e ho dei diritti, ma non posso pensare di fare ci\u00f2 che voglio \u2026\u00bb&nbsp;<\/em>(BO.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Accanto all\u2019affermazione di s\u00e8 c\u2019\u00e8 anche una condizione di sospensione come scelta d\u2019attesa che in alcune situazioni passa attraverso la certificazione di inabilit\u00e0:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00ab<em>.. avevo problemi fisici, dolori, mi bagnavo spesso\u2026 andare al lavoro per poi non essere costante e chiedere giorni\u2026 non valeva la pena\u2026 Perch\u00e9 non provare l\u2019inabilit\u00e0\u2026 Pi\u00f9 avanti vedr\u00f2\u2026\u00bb<\/em>&nbsp;(A.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vi pu\u00f2 essere infine la scelta di non lavorare nonostante la possibilit\u00e0 di farlo. Le motivazioni non sempre sono in relazione a condizioni fisiche, ma ad altre variabili come, ad esempio, il cambio drastico del ruolo lavorativo o la necessit\u00e0 di una nuova dimensione di s\u00e8 che richiedono entrambe la costruzione di un nuovo equilibrio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 non sono pi\u00f9 rientrata \u2026 ho deciso di non riprendere perch\u00e9 il lavoro di prima non potevo pi\u00f9 farlo \u2026 Il mio datore di lavoro mi aveva offerto altre opportunit\u00e0, ma non volevo stare seduta tutto il giorno alla scrivania a&nbsp;&nbsp;fare le stesse cose, non avere contatto con le persone, non muovermi \u2026 Cos\u00ec ho riorganizzato la mia vita\u00bb<\/em>&nbsp;(F.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab \u2026 Impossibile continuare il mio lavoro per necessit\u00e0 e per scelta:era il mio lavoro, lo facevo io senza colleghi o datore di lavoro. Per continuare dovevo farmi aiutare, ma non sopportavo l\u2019idea di vedere altri che facevano il mio lavoro \u2026\u00bb&nbsp;<\/em>( C.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 Il lavoro va bene solo perch\u00e9 ti serve per vivere. Prima dell\u2019incidente c\u2019era il lavoro \u2026 ora ci\u00f2 \u00e8 stravolto: sono io al centro \u2026 \u00bb<\/em>&nbsp;(A.)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tema del non lavoro comporta diverse variabili: la scelta di non lavorare, ma anche l\u2019impossibilit\u00e0 o l\u2019attesa di un lavoro.&nbsp;&nbsp;\u00c8 ci\u00f2 che emerge dai dati della ricerca dove le motivazioni addotte dalle 84 persone che non lavorano pi\u00f9 comprendono: \u00ab mi basta il pensionamento\/accompagnamento\u00bb (57%); \u00ab non riesco\/ ho problemi fisici\u00bb (18%); \u00abnon l\u2019ho trovato\/ sono in cerca\u00bb (15%).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Naturalmente all\u2019interno della percentuale pi\u00f9 alta sono compresenti diversi motivi, ma non \u00e8 da escludere che ci possa essere una variabile legata alla \u00abpresa\u00bb economica a scapito di quella lavorativa. Se ci\u00f2 fosse vero si potrebbero sollevare interrogativi in relazione al rischio che l\u2019assistenza (invalidit\u00e0 e pensione) possa diventare non tanto strumento di supporto quanto tramutarsi in fattore di espulsione \u00abeconomica\u00bb nella sua dimensione produttiva e, di conseguenza, in componente causale dell\u2019 esclusione sociale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa preoccupazione coinvolge naturalmente l\u2019intera area della protezione sociale e la sua concezione: infatti sino ad ora essa \u00e8 stata concepita come strumento di tutela per le fasce vulnerabili, in questo caso con disabilit\u00e0, attraverso un meccanismo di compensazione rispetto al deficit. Il pensiero che ha guidato tale prospettiva \u00e8 che il deficit causa l\u2019incapacit\u00e0 di produrre e questo, a sua volta, genera difficolt\u00e0 a reperire risorse per la vita personale: da qui la necessit\u00e0 di un sistema di tutela come l\u2019invalidit\u00e0 e la pensione. In questa dimensione la tutela si rivela per\u00f2 una forma debole di partecipazione sociale in quanto&nbsp;&nbsp;non mira al superamento delle cause che escludono le persone dalla produzione, ma solo alla loro integrazione nel sistema sociale attraverso mezzi compensativi: per assurdo, attraverso questa integrazione, si determina un effetto di dipendenza tra le persone che vengono aiutate e i sistemi deputati a farlo. E non \u00e8 ci\u00f2 che una prospettiva inclusiva intende raggiungere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Al contrario, ci\u00f2 di cui si ha bisogno \u00e8 una tutela sociale che pi\u00f9 che creare dipendenza costruisca possibilit\u00e0 di autonomia attraverso rapporti che, nei contesti lavorativi e sociali, siano pi\u00f9 ricchi, pi\u00f9 vari, pi\u00f9 diversificati, pi\u00f9 flessibili in modo da creare condizioni reali per il superamento delle barriere alla partecipazione:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u00ab\u2026 Ora quello che dovremmo aspettarci da questa previdenza \u00e8 che dia a ognuno la sua autonomia nei confronti di quei pericoli e di quelle situazioni che lo pongono in una condizione di inferiorit\u00e0 o lo assoggettano\u2026\u00bb<a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftn9\"><sup><strong>[9]<\/strong><\/sup><\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Medeghini R., Valtellina E. (2005).&nbsp;<em>Quale disabilit\u00e0? Culture, modelli e processi di inclusione.<\/em>&nbsp;Milano: Angeli Editore<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Medeghini R. (2005) (a cura di).&nbsp;<em>Disabilit\u00e0 e corso della vita<\/em>. Milano: Angeli Editore<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Medeghini R. (2006). La personalizzazione del progetto di vita.&nbsp;&nbsp;In&nbsp;<em>Animazione Sociale<\/em>&nbsp;6\/7 pp.10-19<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Medeghini R. (2006). Le pratiche inclusive come presupposto di cittadinanza. In&nbsp;<em>Animazione Sociale&nbsp;<\/em>10 pp. 70-80<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Medeghini R., Messina M (2007). Come uscire dalla dicotomia autonomia\/dipendenza. In&nbsp;<em>Animazione Sociale<\/em>&nbsp;10 pp. 70-80.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\" \/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>&nbsp;In questo contributo (La follia e la societ\u00e0 1978- pp.64-84. In Alessandro Pandolfi (1998), (a cura di).&nbsp;<em>Archivio Foucault 3<\/em>. Milano: Feltrinelli.&nbsp;&nbsp;F. ha come riferimento la follia: i sistemi di esclusione da lui evidenziati sono per\u00f2 descrittivi anche delle condizioni delle persone con disabilit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>&nbsp;Qui il termine \u00abcorpo\u00bb rimanda all\u2019insieme delle funzioni mentali, relazionali, emotive, sociali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>&nbsp;Sandro Chignola (2006). L\u2019impossibile del sovrano. Governamentalit\u00e0 e liberalismo in Michel Foucaul. Pp37-70. In Sandro Chignola.&nbsp;<em>Governare la vita<\/em>. Verona: ombre corte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>&nbsp;Robert Murphy, direttore del dipartimento di antropologia alla Columbia University narra la sua esperienza di disabilit\u00e0 acquisita nel testo&nbsp;<em>The Body Silent<\/em>. New York, Holt. 1987<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref5\"><sup>[5]<\/sup><\/a>&nbsp;Qui viene tradotto come \u00abscorporamento\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref6\"><sup>[6]<\/sup><\/a>&nbsp;Foucault distingue le relazioni di potere, in quanto giochi strategici tra le libert\u00e0, dagli stati di dominio dove le relazioni di potere sono bloccate e impediscono, a chi \u00e8 coinvolto, strategie che li possa modificare. M. Foucault (1984): Michel Foucault, un\u2019intervista: il sesso, il potere e la politica dell\u2019identit\u00e0. In Alessandro Pandolfi (1998), (a cura di).&nbsp;<em>Archivio Foucault 3<\/em>. Milano: Feltrinelli.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>&nbsp;Per \u00abverit\u00e0\u00bb Foucault&nbsp;&nbsp;intende \u00ab\u2026 l\u2019insieme delle procedure che consentono&nbsp;&nbsp;a ciascuno e ad ogni istante di proferire enunciati che saranno considerati come veri\u00bb.&nbsp;&nbsp;Potere e sapere (2001) p 203. In M. Bertani (a cura di).&nbsp;&nbsp;<em>M. Foucault. Il discorso, la storia, la verit\u00e0<\/em>. Torino: Einaudi Editore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>&nbsp;G. Canguilhem (1966).&nbsp;<em>Le normal e le pathologique<\/em>.&nbsp;Paris: Presses Universitaires de France. Trd. Italiana 1998. Il normale e il patologico. Torino: Einaudi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"\/\/CDEA59D0-BBF6-4CC3-8F48-AACB7817E9A7#_ftnref9\"><sup>[9]<\/sup><\/a>M. Foucault (1983): Un sistema finito di fronte ad una domanda infinita. In Alessandro Pandolfi (1998), (a cura di).&nbsp;<em>Archivio Foucault 3<\/em>. p.186. Milano: Feltrinelli.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center wp-block-paragraph\">Si ringrazia la studentessa Cristina Mazzoleni per la collaborazione<\/p>\n\n\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cQuale inclusione? Quali servizi nella prospettiva inclusiva? Una lettura attraverso i Disability Studies Italy ( Medeghini R. (2013),&nbsp;Inclusione sociale e &hellip; <\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[8],"tags":[17,12,13],"class_list":["post-1508","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-articolo","tag-disability-studies","tag-inclusione","tag-sociale"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1508","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/6"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1508"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1508\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2266,"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1508\/revisions\/2266"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1508"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1508"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/disabilitystudies.uniroma3.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1508"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}